Storia dell’ acciarino

Già nel Paleolitico superiore, circa 14 mila anni fa, pare che l’uomo fosse in grado di produrre fuoco attraverso percussione di pietre: nei siti di Laussel (Francia) e Trou-de-Charleux (Belgio) sono stati ritrovati noduli di pirite con evidenti tracce di percussione.


Già nel Paleolitico superiore, circa 14 mila anni fa, pare che l’uomo fosse in grado di produrre fuoco attraverso percussione di pietre: nei siti di Laussel (Francia) e Trou-de-Charleux (Belgio) sono stati ritrovati noduli di pirite con evidenti tracce di percussione. Successivamente le testimonianze di questa pratica si moltiplicano ed assieme alla pirite iniziano a rinvenirsi parecchi pezzi di esca, in particolare di un fungo (Fomes Fomentarius).
A partire dalle prime culture agricole (Neolitico), l’accensione selce-pirite è associata in sepolture, acquisendo quindi un valore anche simbolico e rituale.
Una famosa testimonianza è costituita dalla mummia del Similaun (più comunemente conosciuto come Otzi, vissuto oltre 5000 anni fa): i ricercatori hanno scoperto, nascosti all’interno di una sacca cucita alla cintura e utilizzata come marsupio, dei pezzi di Fomes Fomentarius con schegge di pirite sulla sua superficie, residuato di molteplici accensioni. Pare che Otzi, una volta acceso il fuoco percuotendo un pezzo di pirite contro della selce, si fosse portato dietro dei pezzi di fungo già accessi (avvolti in foglie di acero fresche per mantenerlo asciutto) dai quali ricavare, nel momento del bisogno, piccoli pezzi di braci già accese pronte per produrre fiamme.

cintura otzi
frammenti della cintura di Otzi con alcuni oggetti custoditi al suo interno, compreso il fungo utilizzato come esca per l’accensione del fuoco. [fonte della foto: http://www.archaeologiemuseum.it]

L’uso dell’acciarino in acciaio per accendere il fuoco, deve essere ricondotto obbligatoriamente alla tarda età del ferro, in relazione alla capacità di produrre acciaio con un sufficiente tenore di carbonio. L’acciarino era quindi percosso contro una selce (silex), esattamente come si faceva con piriti e marcansiti.
Nelle fonti classiche numerosi sono gli accenni alle soluzioni conosciute per accendere un fuoco: Virgilio racconta, nell’Eneide, come Acate accese un fuoco sprigionando scintille dalla percussione di una pietra.
Teofrasto ci offre numerose testimonianze scritte delle tecniche utilizzate per generare fuoco:
Perché come accendifiamma viene usato il legno e non la pietra? Eppure il legno non fa scintille, la pietra si. Ma questo non è vero, perché da molti tipi di pietra si produce fuoco meglio e più rapidamente. In ogni caso si deve supporre che questa sia la causa, il fatto che il legno possiede una sostanza immediatamente infiammabile perché sono insite in esso particelle affini al fuoco: se dunque il legno viene avvicinato al fuoco, nulla vi è che si accenda più velocemente a causa della sua debolezza. La pietra invece non è infiammabile perché è molto asciutta: per questa ragione viene accostata all’esca, immediatamente scoccata la scintilla.
Plinio il Vecchio racconta di un certo Pyrodes di Cilicia che, stando a quello che dice, sarebbe l’inventore del fuoco generato dalle pietre focaie:
[…] fece per primo sprigionare il fuoco da una pietra Pirode, figlio di Cilice, e per primo Prometeo lo conservò dentro una canna […]
Tito Lucrezio Caro, poeta e filosofo romano vissuto nel I sec. a.C., parlando di fulmini, ne spiega l’origine accomunando il fenomeno alle scintille prodotte dall’urto pietra contro pietra o pietra contro acciaio:
Folgora similmente, allor che scossi / Vengon dagli urti dell’avverse nubi / Molti semi di foco; in quella guisa / Che, se pietra è da pietra o da temprato / Acciar percossa, un chiaro lume intorno / Sparge e vive di fuoco auree scintille.
Sembra quindi che nei primi secoli dell’età del ferro ancora si usassero i sistemi per l’accensione del fuoco conosciuti già da millenni: in questo contesto si inserisce l’uso dell’acciarino in acciaio, inizialmente come bene destinato ai più facoltosi, poi come strumento indispensabile per ogni persona lontana da un focolare già acceso; va ricordato infatti che in antichità il fuoco raramente veniva lasciato spegnere completamente e nelle città e villaggi, così come nelle case dei nostri bisnonni, vi erano sempre uno o più focolari mantenuti costantemente accesi.

Nel medioevo invece sono molte le fonti che permettono di testimoniare l’uso di acciarini dati gli innumerevoli ritrovamenti archeologici.


Alcuni acciarini esposti al museo di S.Leo nel corso della mostra temporanea “Guerra e quotidianità a S. Leo nel Medioevo” (23 marzo-30 settembre 2008) appartenenti ad una collezione privata e provenienti da Italia centrale, Germania e area balcanica. Ringrazio il Dott. Andrea Carloni (pugnalespada@hotmail.it) – Allestitore museale specialista nel tardo XV secolo – per la disponibilità. [Fonte della foto: internet].

Per quanto riguarda le specifiche costruttive, l’acciarino doveva essere realizzato in acciaio con un discreto tenore di carbonio, caratteristica che implica un processo di realizzazione che anticamente era piuttosto complicato, noto col nome di cementazione: il metallo, poco ricco di carbonio, veniva ricoperto da una sostanza contenente polvere di carbone e sottoposto a temperature estremamente elevate (oltre 1000 °C). A quelle temperature, dopo ore di esposizione, si ottiene un assorbimento del carbonio negli strati superficiali del metallo, sotto forma di ossido di carbonio; questo strato, estremamente sottile, richiedeva probabilmente diverse esposizioni nel corso del tempo per far si che l’acciarino si potesse “ricaricare” e quindi tornare a produrre scintille quando lo strato superficiale si consumava.
All’età del ferro appartengono i primi ritrovamenti archeologici di acciarini provenienti da varie parti d’europa: Belgio, Danimarca, Germania, che mostrano essenzialmente una omogeneità nelle forme, studiate per garantire una buona presa e proteggere le dita dall’urto contro la selce, forme talmente ben ideate da mantenersi invariate nel corso dei secoli e, in certe parti del mondo, utilizzate addirittura fino agli anni 50.
Numerosi i reperti di epoca romana, che talvolta propongono forme utili (probabilmente) per essere appese mediante opportuni anellini alla cintura.


National Museum di Copenhagen, reperti riferibili all’età del ferro (dell’Europa del nord, quindi circa VI sec. a.C. – VIII sec. d.C.) [fonte delle foto: internet]

Anche nel medioevo sono molte le fonti che permettono di testimoniare l’uso di acciarini dati gli innumerevoli ritrovamenti archeologici.

Nei secoli successivi l’acciarino continua puntualmente a comparire in reperti riferibili all’età delle migrazioni, in tutta Europa; anche in questo caso ne sono testimonianza i numerosi ritrovamenti archeologici.

acciarino longobardo Arsago Seprio
Acciarino longobardo custodito al museo di Arsago Seprio (VA), proveniente dalla tomba 13


Burg Linn Museum, Krefeld, Germania, tomba di guerriero del V sec. d.C. Nella tomba è stato deposto anche un pezzo di selce e un acciarino finemente decorato con terminali a testa di uccello e nella parte centrale una sorta di fibbia, probabilmente utilizzata per portare l’acciarino appeso alla cintura. [fonte delle foto: http://www.archaeologie-krefeld.de]


Burg Linn Museum, Krefeld, Germania, V sec. d.C. (?). Altre foto di acciarini [fonte della foto: http://1501bc.com/]

Pare che manchi una precisa documentazione medievale sulle tecniche del fuoco, anche se molti studiosi parlano genericamente dell’uso di acciarini metallici, stilisticamente anche molto elaborati. Le sue testimonianze si differenziano, estendendosi a rappresentazioni su stemmi araldici di differenti casate, ad esempio lo stemma del regno di Bulgaria, dove già nel 1100 compare, stilizzato, l’acciarino da fuoco.
Con la scoperta della polvere da sparo, presto si fece indispensabile una tecnica per innescare la polvere nel più breve tempo possibile: è così che l’acciarino assunse un ruolo di primo piano non solo come utensile ma come vera e propria parte integrante delle armi da fuoco: facendo una breve ricerca nel dizionario etimologico Pianigiani, disponibile online, è possibile ottenere la seguente definizione: dall’ant. FOCILE […] che ebbe pure il senso di pietra focaia, acciarino, onde poi nel senso di schioppo […] e quindi far derivare la parola fucile all’acciarino.
Agli inizi del XVI sec., forse anche in relazione ai miglioramenti delle tecnologie dell’acciaio, i primi congeni da sparo meccanici fecero la loro comparsa in Europa, affiancandosi ai modelli a leva dotati di serpentina incandescente.
Fu così avviata la produzione di meccanismi a “ruota”, nei quali un “rotino”, caricato a molla con una chiave, girava velocemente a contatto con un pezzo di pirite (poi sostituito dalla più resistente selce) fermamente trattenuto da uno speciale morsetto, detto “cane”.
Molti studiosi attribuiscono all’armaiolo francese Marin le Bourgeoys (1610 circa) la forma dell’acciarino detta “alla moderna”, che finì per diventare uno standard nella seconda metà del XVIII sec. per le fanterie degli eserciti europei.
Il disegno mostrato qui sotto illustra il meccanismo di accensione della polvere da sparo in un tipico sistema con acciarino a focile di un moschetto


[fonte della foto: internet, ma la fonte originale è un manuale tedesco della DDR. Ringrazio il sig. Mori (www.earmi.it) per la disponibilità]

La pietra è stretta da due ganasce ed è posta sul cane, che scendendo spinto da una forte molla (figura 2) genera attrito tra pietra e acciaio provocando scintille che andranno ad innescare prima della polvere posta nella vaschetta sottostante (figura 1) poi la carica principale all’interno della canna (figura 3) e quindi permetterà di esplodere il colpo dall’arma.
Inutile dire quanto importante deve essere stato il commercio e la lavorazione delle selci per moschetti che vide nascere proprio degli utensili specifici per la sua lavorazione nonché mestieri e persino toponimi di paesi, nei quali la selce veniva estratta o lavorata.

Altre forme di evidenze storiche testimoniano l’importanza dell’acciarino: lo stemma del comune di Couffy mostra tutt’ora in alto a destra un acciarino dorato con pietra focaia rossa


[fonte della foto: internet]

oppure delle raffigurazioni su monete, ad esempio il retro di una moneta raffigurante Filippo IV con incisi un acciarino, pietra focaia e delle fiamme datata 1626.


[ringrazio Massimo e www.lamoneta.it per l’immagine. La pagina di riferimento è d isponibile al seguente link: http://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta/W-FIV/7]

E’ nel XVIII secolo che i fabbri iniziano a sviluppare un maggiore gusto estetico, ricercando forme sempre più confortevoli ed aggiungendo utensili quali punteruoli, cavatappi, martelletti, chiavi per fucile ma anche utensili ben più futili quali pressa tabacco per pipe.


Acciarino con impugnatura figurativa in bronzo, Francia, XVI-XVII sec. [fonte della foto: Gli acciarini, De Sanctis (vedi bibliografia)]


Sistema combinato con altri strumenti: martelletto, coltellino e cavatappi, XVIII sec. [fonte della foto: Gli acciarini, De Sanctis (vedi bibliografia)]


Sistema combinato con altri strumenti: pinza per brace, cavatappi e pressatabacco da pipa, XVIII sec. [fonte della foto: Gli acciarini, De Sanctis (vedi bibliografia)]

Per accendere un fuoco non è sufficiente un acciarino ed una pietra ma serve almeno un altro elemento fondamentale: un’esca che possa accogliere le prime scintille senza lasciarle spegnere. L’esca più utilizzata nella storia è senz’altro il Fomentarius discusso precedentemente: nei pezzi ritrovati nella cintura di Otzi il fungo esca sembra contenere tracce di azoto, che lo rendono più infiammabile e faciliterebbero l’operazione di accensione: questo procedimento può essere stato eseguito sminuzzando il fungo, imbevendolo di urina e quindi lasciandolo asciugare completamente, quindi tritandolo ulteriormente fino ad ottenere una polvere che colpita con scintille poteva dare inizio alla combustione.

L’utilizzo di alcuni tipi di funghi come esca primaria, unitamente all’acciarino per l’innesco, è testomoniata da ciò che Castor Durante da Gualdo scrive nel suo Herbario Novo del 1585: “I fonghi […] che nascono ne gli arbori mantengono il fuoco cotti nella liscia, poi si asciugano, si battono, poi si ricuociono in acqua con nitro”. Proprio come testimoniato da Otzi, la consuetudine di trattare il fungo esca con soluzioni che lo rendessero più innescabile è perdurata per millenni, seppur con alcune innovazioni.

per vedere i miei acciarini clicca qui

per vedere il tutorial per l’accensione del fuoco con l’acciarino clicca qui

per vedere il tutorial per la creazione dell’esca clicca qui

BIBLIOGRAFIA

– Plinio il Vecchio; Naturalis Historia; Libro VII; 198
– Teofrasto; De Igne;
– Tito Lucrezio Caro; La Natura delle Cose, Libro VI, 240;
– Virgilio; Eneide; Libro I; 285
– Castor Durante da Gualdo; Herbario Novo

– Due acciarini per fuoco da Castel Corno; Giorgio Chelidonio; tratto da Ann. Mus. civ. Rovereto, sezione Archeologia, Scienze Naturali, Vol 5, 1989, pag 75-84.
– Greek and Roman technology: a sourcebook : annotated translations of Greek and Latin texts and documents; John William Humphrey, John Peter Oleson, Andrew Neil Sherwood; Routledge; 1998; pag 37-38.
– Le pietre del fuoco, folénde veronesi e selci europee; catalogo della mostra a Piazzotto Montevecchio, Bassano del Grappa, 7 maggio – 19 giugno 1988.
– La mummia dei ghiacci. Con Otzi alla scoperta del Neolitico; Gudrun Sulzenbacher; Folio Editore; 2000.
– Gli acciarini; Paolo De Sanctis, Maurizio Fantoni; BE-MA Editrice; 1991.

Per approfondire l’argomento consiglio di leggere lo studio pubblicato dall’Università di Firenze sul funzionamento degli acciarini antichi:
http://www.aspoitalia.it/attachments/146_metallurgiaacciarini.pdf

Un commento su “Storia dell’ acciarino”

  1. Salve. E’ apprezzabile che qualcuno si dedichi alla storia dell’acciarino, strumento tanto comune un tempo quanto oggi dimenticato.

    Vorrei solo precisare che gli esemplari di S. Leo ai quali Lei ha fatto riferimento nel suo articolo appartenevano ad una mostra temporanea intitolata “Guerra e quotidianità a S. Leo nel Medieovo”, allestita nella Torre Nord della fortezza leontina dal 23 marzo al 30 settembre 2008, a cura del sottoscritto e Pietro Barsotti.

    Qui può trovare alcuni link correlati:
    http://img146.imageshack.us/img146/6142/manifestoa4ls4.jpg
    http://www.sisaem.it/web/notizie/72/guerra-e-quotidianita-a-san-leo-nel-medioevo

    Cordiali Saluti

    Dott. Andrea Carloni (Rimini)
    pugnalespada@hotmail.it

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